Gonzaga

mercoledì, 11 novembre 2009

GONZAGA

Sull’aereo non mangiai le uova di quaglia, il sole pungeva gli occhi e la noia aleggiava nell’aria confezionata. Quando atterrammo sulla placida distesa del golfo erano le prime ore del mattino, pensavo di essere solo tra quei palazzi luccicanti ma subito mi resi conto che in quel posto la vita non si ferma mai. File di negozietti carichi di tecnologia a poco prezzo tempestavano le strade in salita come parassiti avidi di denaro. Uno sguardo veloce, un ricordo confuso e in poche ore avevo lasciato la perla d’oriente. Mi trovai ospite in una lussureggiante dimora nel quartiere protetto della capitale di un altro paese, l’aria condizionata isolava un microcosmo per pochi fortunati, le donne di servizio in divisa servivano la colazione a base di frutta tropicale. Partii la mattina dopo stipato nell’angolo di un pick up arancione con il resto del carico. L’asfalto me lo lasciai alle spalle quasi subito, la National road era un ammasso di sassi e polvere rossa trafficata da grossi camion giapponesi e autobus carichi di umanità. Sui bordi della strada file di baracche segnavano l’arrivo in uno dei tanti villaggi aggrappati al passaggio. Molta gente mi guardava incuriosita ridendo, a volte salutavano per poi scomparire nel magma di colori intensi di quel paesaggio in movimento. La strada si stringeva e si allargava come un elastico, saliva inerpicandosi su brulle montagne rosse, terra di tribù contaminate dal denaro facile; si allungava in un infinito rettilineo che spaccava la rigogliosa vegetazione per disperdersi nei pressi di un grosso centro abitato dove si perdeva fra le mille vie che portavano ai campi. Passammo dei ponti in legno a motore spento spingendo piano tra un buco e l’altro mentre ragazzi si tuffavano nell’acqua putrida ridendo. Arrivammo a Gonzaga nelle ultime ore della notte, i bambini erano già per strada con i loro contenitori di polistirolo smangiucchiato a vendere ice kandy. Le donne tornavano dal mare con ceste piene di granchi e davanti alle case si preparava un piccolo pezzo di strada per fare asciugare il riso appena raccolto. Cani come maiali, maiali come cani liberi a pascolare davanti a capanne di foglie di cocco intrecciate. Questo piccolo villaggio sperduto a cavallo del Mar della Cina e l’Oceano Pacifico non contava più di mille anime unite tra di loro in ogni evento quotidiano: la pesca, il raccolto nei campi di riso, il mercato, la messa. Quando uscii per fare due passi la gente mi guardava in silenzio, i bambini ridevano, alcuni mi seguivano a debita distanza, per la prima volta mi sentivo diverso e non era una sensazione piacevole.

Postato da: miskin a 11:59 | link | commenti (10) |
gonzaga1

lunedì, 09 novembre 2009

Notte di Natale


Era una stanza perfettamente quadrata e questo la rendeva più raccolta di tanti altri posti. L’atmosfera caramellata si riconosceva da quei dettagli rimasti vivi ancora adesso dopo tanti anni: la tappezzeria strappata con quei piccoli gigli che confondono la vista, il legno annerito del soffitto, il pavimento rivestito di scampoli di moquette di colori diversi, il camino che chissà se era mai stato usato e tutti quei trabiccoli per sognare grandi battaglie. Non era un giorno qualsiasi, la vigilia di Natale era imminente. I fiocchi di neve scendevano lentamente per cancellare il paesaggio, non si sentivano nemmeno i cani probabilmente acciambellati tra di loro in cerca di calore. Io ero li, in piedi sul baule con il naso all’altezza del davanzale della finestra mentre caricavo una vecchia scimmietta di latta gialla. Anche i colori quella sera sembravano diversi, caldi e morbidi come il velluto dei pantaloni del babbo. Nessun albero, nessun presepio solo una piccola stella di cartone appesa alla lampada della scrivania e un calendario con delle finestrelle da aprire ogni giorno. Fu proprio mentre il mio giocattolo a molla si fermò che sentii il rumore della fuliggine appoggiarsi sul fondo del camino. Scesi dal baule con un salto e mi misi seduto a gambe incrociate aspettando li davanti. L’emozione nel vedere la corda che scendeva giù per la cappa fu tanta, ma quando vidi i grossi stivaloni di pelle, i pantaloni e la casacca rossa dissi dentro di me: ma allora esiste veramente! Era lui Babbo Natale in persona che con un sorriso mi porgeva pacchetti dai fiocchi sgargianti. Ci sedemmo al centro della stanza e iniziai impazientemente a scartare i regali, mentre lui soddisfatto si accendeva la pipa godendosi un prezioso momento di riposo. Fu mentre provavo a montare la ferrovia del trenino che vidi scendere dal camino un altro Babbo Natale, era perfettamente identico al primo e anche lui come l’altro mi porse i doni. Ne scese un altro e poi un altro ancora e in pochi minuti la stanza era piena. Tutti ridevano e facevano a gara per darmi il regalo più bello ma dentro di me iniziavo a sentire una strana angoscia che serpeggiava mentre una lacrima scendeva sulla guancia. Quando mio padre aprì la porta avvertendomi che la cena era pronta mi ritrovai da solo e con un balzo mi buttai tra le sue braccia, mi disse che dovevo mangiare in fretta perché poi sarebbe arrivato Babbo Natale.

Postato da: miskin a 13:08 | link | commenti (9) |
notte di natale

venerdì, 06 novembre 2009

La Baita del Cross

Uscendo dalla roulotte c’è una cassetta rovesciata appoggiata per terra, è un comodo gradino, ma a volte quando il sole arriva fin qui mi ci siedo sopra e guardo dritto davanti a me fin che l’ombra non arriva. Di fianco c’è una piccola strada in piano che porta verso la cima del colle dove si unisce a una vecchia via militare che congiunge una valle con l’altra. Scendendo, prima di arrivare a un bivio c’è un grande cancello con un cartello tutto arrugginito dove si intravede una scritta a mano che indica la chiusura settimanale. Le bandiere montate sui pilastri sono ormai talmente scolorite che potrebbero essere di qualsiasi paese e in fondo a un grande slargo c’è il bar, ristorante, pizzeria Baita Cross. L’entrata è in uno stile misto texano - piemontese, le pareti del lungo corridoio che dà l’accesso al bar sono rivestite in legno, c’è poca luce e si ha la sensazione di trovarsi in una taverna di dubbio gusto. “C’è nessuno?” chiedo quasi voltandomi per tornare indietro. Una luce si accende, sento dei passi lenti che mi vengono incontro. “Mi dica” risponde una donna di età indefinibile. “È possibile mangiare qualcosa?” chiedo timidamente mostrando un debole sorriso. “Certo, si accomodi in sala”, apro una porta a vetri smerigliati e mi trovo in un enorme salone, tutti i tavoli sono perfettamente apparecchiati, non c’è un anima viva. “Dove mi metto?”, “dove vuole”, scelgo un tavolo al centro da quattro, mi tolgo la casacca e mi siedo. Passano alcuni minuti e nel silenzio più assoluto osservo questo posto surreale; mi viene in mente quel famoso albergo popolato da fantasmi dove il grande Jack scrive la mattina ha l’oro in bocca all’infinito. Sento ciabattare piccoli passi frenetici alle mie spalle ed ecco la stessa donna che toglie i coperti in eccesso, le sue mani sembrano quelle di un uomo, un piccolo ciuffo attaccato alla fronte, occhi spenti di chi ha visto troppa televisione. “Desidera un antipasto?”, “si” rispondo entusiasta, “di primo le posso portare una pasta. Come la preferisce al burro o col sugo?” ho un momento di indecisione e in quell’attimo mi sembra di essere sospeso in un infinito intervallo. “Al burro” dico mentre penso ai sughi di mia nonna che si riciclavano per intere settimane. “La vuole al burro” sento dall’altra parte della parete, sorrido. Nell’attesa guardo un quadro che raffigura un enorme ananas, i coni dei tovaglioli immacolati sui tavoli, il grande camino spento e una pianta di orchidee viola. Arriva l’antipasto, una composizione ordinata ma senza pretese di pancetta del prete, un piccolo mucchietto di inalata di pollo con maionese guarnito da mezza noce, del salame cotto, dell’arrosto freddo con salsa di tonno. Il pane è croccante e caldo, l’acqua frizzante come non l’ho mai sentita. Pulisco bene il piatto con una scarpetta appropriata e guardo le tende di nylon bianco che filtrano il debole sole di novembre. Il primo arriva direttamente in padella, “questa è tutta pasta fatta in casa da noi” mi dice con un tono orgoglioso la donna mentre mi carica il piatto. “Di secondo abbiamo il coniglio con le carote….”, aspetto un’alternativa ma la vedo imbarazzata, “va benissimo il coniglio”. Nell’attesa mi vengono in mente tutte le strane voci che circolavano su questo posto anni fa quando è rimasto chiuso per un po’. Alcuni dicevano che davano gatti da mangiare ma non ci ho mai creduto anche perché qui in campagna servono molto e non ci si può permettere di mangiarli. Poi si diceva che la domenica quando la gente veniva a ballare ci si scambiava i bigliettini come a scuola, non oso pensare come potevano essere scritti! Bevo un caffè e mi infilo velocemente la casacca, “era tutto squisito, quanto le devo?” la donna mi guarda sorride e dice: “meno male”. Esco, un cane con gli occhi languidi mi annusa i pantaloni, guardo l’orologio e penso, sono sole le dodici e mezza!

Postato da: miskin a 17:16 | link | commenti (5) |
baita del cross

mercoledì, 04 novembre 2009

CN 6185

Le foglie sono bandiere dorate, alcune le vedo cadere ogni tanto e quando toccano terra è come se lasciassero l’ultimo fremito. Viaggio seduto al tavolo di una vecchia roulotte, anche se è ormai ferma qui da anni e non credo si lascerà trascinare in nessun altro posto. Lontano l’eco dei pascoli sussurra qualcosa di buono e qualcosa di buono c’è sempre, basta cercarlo. I colori si accendono quando arriva l’inverno e gli alberi che hanno assorbito luce per tanto tempo regalano la propria forza prima di addormentarsi. C’è chi è ancora qui, come un enorme uccello grigio che ho visto abbeverarsi al ruscello, ma è un caso che ha un senso e presto sarà in viaggio anche lui come tutti gli altri. Si sente un tuono ma il cielo è terso e pulito, in realtà è il lamento della montagna che viene sventrata dalle mine. È una cava che mastica sassi a pochi chilometri da qui, li smista in cumuli di diversa dimensione, mentre dei grossi camion li portano via; gli uomini non si vedono mai, tutto sembra abbandonato, è una grande macchina che funziona da sola e non si ferma mai. Ci sono piccoli animali che si intravedono tra un filo d’erba e l’altro, si organizzano, percorrono centimetri equivalenti a chilometri e penso che la loro vita è proprio la stessa della nostra.

Postato da: miskin a 13:56 | link | commenti (5) |
cn 6185

martedì, 03 novembre 2009

Mrs245zoom, è il modello di un teleobbiettivo che un giapponese ha appena comprato, non ha saputo resistere e ha aperto la confezione. Lo guarda mentre le fermate scorrono, è bello, è nuovo, lo ripone nell’involucro ma ci ripensa subito e lo guarda ancora un po’, è solo con il suo giocattolo che chissà da quanto tempo desiderava. Al suo fianco non c’è nessuno, chi doveva scendere lo ha già fatto. Mi piace il rumore della valigia quando passa sulle zigrinature per i ciechi, mi piacciono le porte che si aprono automaticamente, come per dire, vai e non tornare più, mi piace ogni singolo gradino delle scale mobili, è sempre lo stesso che gira su se stesso trasportando pesi diversi, pensieri diversi. Mi piace dire “gialla” insieme alla voce dell’altoparlante che intima l’allontanamento, si rammenta, dice e io rammento tutta la mia vita. Un andata per Cuneo, solo andata, 13,15 euro, binario 4 prima in coda. C’è una donna che sfiata la locomotiva, è il respiro di un lungo viaggio che è giunto a termine, ma non c’è tempo si riparte subito e si ritorna indietro.Mi siedo, che sciocco ci si siede sempre mentre si viaggia, se si trova posto.

Postato da: miskin a 07:44 | link | commenti (3) |
mrs245zoom

martedì, 29 settembre 2009

Las Ramblas
I giullari raccoglievano curiosi perditempo, i lustrascarpe, denti bianchi e mani nere, sedevano sulla poltrona aspettando il domenicale vestito a festa. Si sentivano i canti accesi di stormi nascosti fra le fronde degli alberi allineati come soldatini in vetrina. Un palloncino perso diventava un punto rosso su un foglio liscio, gli uomini accompagnavano le loro ombre a passeggio, le seguivano giù fino al mare dove scomparivano nella melma oleosa protetta da massi giganteschi in ordine sparso. Affacciate alle finestre donne grasse ridevano fragorosamente, odori di sughi tirati si liberavano dalle cucine dai muri intossicati per miscelarsi a quell’aria che pizzica il naso. Le bandiere a riposo dell’ufficio comunale era tutto quello che rimaneva dell’autorità, erano cotte dall’aria salmastra e il loro stato dimesso non dava certo una sensazione rassicurante. Nel porto i pensionati guardavano i movimenti delle gru che caricavano le navi, il vento era scomparso ormai da giorni e quella calma stagnante sembrava una cartolina sbiadita destinata alla soffitta, perché è sempre meglio tenere piuttosto di buttare. I bambini nascosti male aspettavano il momento giusto per correre a liberarsi, mentre quello che li cercava non sapeva bene dove andare e si grattava la testa sconsolato. Mendicanti tremolanti ripetevano il copione di una vita sfortunata, le zingare invece sfoggiavano i colori della libertà con la fierezza di chi viene da lontano. Gli uomini seduti in fila fuori dal bar si accanivano in discussioni sportive dimenticandosi della propria pancia dilatata dalla sedentarietà, bevevano forte e non si fermavano mai lasciando sul conto quel poco che restava della paga settimanale. Il sole allungava le ombre delle case delimitando la nitidezza dei contorni, presto la notte avrebbe calato il suo sipario silenzioso e la strada ripulita dai passeggiatori solitari si sarebbe fatta accarezzare dalle lunghe scope degli spazzini.

Postato da: miskin a 19:24 | link | commenti (22) |
las ramblas

domenica, 27 settembre 2009

La incontrai tra una nuvola e l’altra, spogliata dalle banalità che ci circondano. Potevo sentire la sua voce, leggere le sue parole, ma non riuscivo a vederla, a toccarla, non mi era permesso visto che stava così in alto. Non so se col tempo sono salito io o è scesa lei, ci trovammo a metà strada sospesi nella gioia di sapere, vidi la mia vita nella sua e tanti segni che precedono la pioggia. Non siamo più tornati sul mondo, non ne avevamo bisogno, i nostri corpi si unirono e diventammo una creatura che si lascia portare dal vento. Quando una pallottola di un cacciatore ci forò la gola precipitammo cadendo in mare, il sangue sgorgava come il fumo di una sigaretta dimenticata e fu allora che diventammo un pesce nascosto nelle immense profondità del mistero. Fu una rete a strascico che nella sua disonestà ci riportò a galla, fummo issati sulla barca, squartati e sezionati in tante piccole porzioni. Quando i pescatori arrivarono a riva, del pesce non c’era più traccia si era trasformato ancora ma nessuno seppe mai in che cosa. Molto più tardi tornammo tra gli umani ma questa è una storia che tutti conoscono e che non si può raccontare, nessuno la capirebbe.

Postato da: miskin a 16:50 | link | commenti (8) |

domenica, 13 settembre 2009

Se dovessi lasciare questo quartiere di questa città che si crede tanto importante, sarei dispiaciuto di non vedere più Carla e Giuseppe. Sono due persone che vivono sul margine della strada con una scatoletta di tonno vuota come cappello. Carla mi chiede sempre se ho perdonato suo fratello, un fratello immaginario che vive nel suo cuore. Per lei io sono Mastro Geppetto e lei Pinocchio, con il tempo ho capito quanto questo legame tra di noi sia importante, io padre di una donna più vecchia di me. Giuseppe è un vagabondo, dorme due quartieri più in là ma ogni mattina viene a chiedere soldi per comprare il vino e ubriacarsi. Vive in silenzi intramezzati da urli acutissimi, quasi inumani che fanno regolarmente sussultare i passanti che si guardano bene di passargli davanti. Il suo odore è acre come l’uva macerata, sembra un uomo delle caverne che si aggira curvo sotto il peso di sacchetti di plastica stracolmi. La sua ossessione è un maresciallo dei carabinieri che è un po’ amico e un po’ nemico. A volte lo vedo insieme a una Rumena di cui non ho mai sentito la voce, sempre racchiusa da una sciarpa che le avvolge la testa. Una volta Giuseppe mi ha chiesto se volevo andare con lui a Chiaravalle, un posto in campagna a ridosso della città. Carla invece vive nel Risperdal un farmaco potentissimo che gli confonde la percezione. Forse è anche questo farmaco che ci fa essere così uniti, questa bestia che ti tieni addosso, questo inferno nei pensieri che ti fa essere un imbranato cronico. Giuseppe invece sfoga la sua nevrosi in quegli strilli acuti, lui è il più libero di tutti e se non ce la fa a tenere il vino lo butta fuori e si inizia da capo.

Postato da: miskin a 21:49 | link | commenti (8) |
carla e giuseppe

sabato, 29 agosto 2009

Torquato era uno che non mangiava cicche, giocava con fili pericolosi al limite e lo stesso suo nome lo invitava a stare zitto. Cantava Torquato, ma non sapeva le parole di nessuna canzone, era un discorso continuo che non aveva fine perso nella sua mente, quello che usciva dalla bocca nessuno poteva capirlo. Parlava con se stesso sommessamente senza il fragore di migliaia di uccelli che prendono il volo. Torquato alimentava il fuoco col suo respiro, non serviva nient’altro che usare quello che non si vedeva. Lo si riconosceva incerto su una scala a pioli, ogni piolo un colpo al cuore, leggero, tanto per avvertire: “ci sono anch’io”. Non aveva casa, non aveva soldi e in fondo alle tasche larghe di un paio di braghe sbrindellate aveva quella dignità che non si dimentica certo sul bancone di un bar. Lo menzionava mio padre nelle barzellette, ma non ha mai saputo chi realmente fosse, era per lui lo stereotipo della libertà e alla fine aveva capito che poteva essere chiunque, in coda per fare un biglietto di sola andata o seduto sul bordo del cornicione del palazzo accanto. Morì diverse volte, dicevano coloro che la sapevano lunga su di lui, raccontavano anche che continuava ad avere sempre la stessa età. Quando poi decise di buttarsi, era l’ultimo attimo concesso, non uno di più per il povero Torquato che precipitando agitava le braccia nel silenzio. Quando arrivò a terra era buio, poi suonò il cellulare per qualche minuto fino allo scattare della segreteria.

Postato da: miskin a 17:33 | link | commenti (4) |
torquato

mercoledì, 19 agosto 2009

“Fatti i cazzi tuoi” mi disse diretto, è strano il suo camice sembrava più bianco del solito, come se in quel momento ci fosse stato un vero e proprio abbaglio. Il suo mestiere era mettere a posto cuori, di girarli rigirarli, chiudere e vedere come va. Tutto poi si sistema, l’uomo dimentica in fretta e arriva nella prossima oasi. Fronde odorose, tappeti, cuscini ricamati d’oro e donne irraggiungibili. La sabbia è fine più della farina il sole la rende iridescente e tutto può essere in fondo all’orizzonte. Poi con un fare paterno, come faceva suo padre mi mise il braccio sulla spalla, strinse la presa e disse: “torna settimana prossima”. Le pareti dell’ambulatorio erano lucide taglienti e i passi risuonavano nell’aria, tante porte, tanto dolore, terra fertile del desiderio. La ricordo bene anche se il nome mi sfugge. Dividevamo le sigarette di nascosto, poi un bel giorno uscimmo tutti e due, l’andai a trovare in uno dei peggiori quartieri della periferia. Aveva una casa impacchettata, provvisoria, forse non era nemmeno sua, sentivo il suo malessere, la sua disarmante fragilità negli occhi velati di chi ha sopportato troppo nella vita. Fu proprio l’ultima volta che la vidi, era angosciata per l’arrivo imminente della notte e che nel sonno qualcuno potesse togliergli tutto. Anni dopo ricevetti una strana telefonata che accusava lei di avere rubato in casa della sconosciuta che avevo al telefono, poi quasi distrattamente mi disse che era morta.

Postato da: miskin a 11:18 | link | commenti (4) |

 

Eccomi

Utente: miskin
Nome: Matteo Martini

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

www.flickr.com
matteomartini's photos More of matteomartini's photos

Foto Recenti

Vai al sito dell'A.S.I.MOV. ! blognuvolebanner[1]

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte