Il falegname dei pesci
Era un budello di cinque o sei metri, a entrarci oltre a quel gelo che emanavano i congelatori, ci si sentiva a disagio, un po’ per i muri spogli e grigi, un po’ per la poca luce fioca che illuminava l’ambiente squallido che mi faceva venire in mente un obitorio. Lì, ogni tanto, mio padre mi portava a comprare il pesce congelato. La varietà era infinita, c’erano pesci che provenivano dall’altra parte del mondo, appena morti da chissà quanto tempo. L’uomo che ci serviva aveva un tono molto serio e riservato, portava una coppola di lana e dei baffoni grigi gli nascondevano un sorriso che forse non aveva mai avuto. Il grembiule nero di gomma lucida e i suoi guanti mi facevano un po’ impressione ma io e mio padre sapevamo che quello era il nostro posto per divertirci. “Mi sega un pezzo di quello?” dicevamo divertiti. L’uomo accendeva la sega circolare e il blocco di pesce veniva tagliato lasciando sparsi trucioli di polpa dura proprio come quando si taglia un pezzo di legno; erano dei cubi perfetti e tutto poteva sembrare fuorché pesce. Ne compravamo anche di più piccoli e in quel caso le spine dorsali venivano staccate con una comune pinza da falegname. Sembrava tutto paradossale, un animale morbido e sinuoso che scivola velocissimo nell’acqua imprigionato da un affascinante incantesimo che lo rendeva duro come la pietra.
Il Vulcano
I nostri passi sulla terra arsa dal sole lasciano un racconto che nemmeno il tempo può cancellare. Siamo soli davanti all’infinità di questo cielo terso e camminiamo uno nella mano dell’altro trasmettendoci la forza di un amore infinito. Migliaia di farfalle si alzano in volo sembrano vampate dei nostri cuori innamorati, siamo di passaggio ma qualcosa resta di noi, una traccia del rispetto per ciò che ci circonda, un sasso scivolato via a valle lo sguardo incuriosito di una creatura selvatica. Il vento ci sostiene e il sole ci da forza e dall’alto guardiamo il nostro cammino tortuoso, la fatica ci rende liberi e il nostri respiri sono come una sinfonia armonica lenta e costante. Pensarti mi da coraggio per trovare un varco, un apertura ignota un passaggio impervio, mi sostieni col tuo silenzio, con il contatto della tua mente legata da un esile filo che ci unisce senza spiegazioni come un fiore che nasce sui bordi di un ruscello e nessuno sa spiegarsi il perchè. Siamo venuti fin qui per seminare la nostra speranza e far si che cresca rigogliosa nell’ombra del silenzio. Sui bordi del vulcano lasciamo i nostri vestiti piegati con cura e siamo pronti per un salto verso l’infinito, un bacio appassionato è il nostro addio sicuri di ritrovarci in un altra vita.
Al calore di un raggio che entra furtivo dagli spazi uguali di una vita normale, scrivo ancora, accompagno parole che si stendono a macchia d’olio. Canto l’emozione di sfiorare la pelle di chi ha lasciato tutto per annusarmi ogni mattina. Canto per queste miriadi di impressioni che suscitano il mio pavimento. E se ogni parola è incasellata nell’archivio della propria ragione, una sorta di rastrelliera le tiene, alcune appoggiate, alcune pendenti da un cordino che sta per spezzarsi. Alcune grandi alcune piccole insieme hanno una presenza importante, sono li o forse non sono assolutamente ancora niente. La nostra vita è fatta di fili luminosi che si incontrano, si intrecciano a formare una trama fittissima di esperienza. Ma quando il cielo è ancora terso, quando tutto è ancora da scoprire, com’è quella vita? Te la ricordi? Non si può nemmeno immaginare, troppo diversa, troppo lontana. Era simile al canto di un enorme uccello bianco che ogni notte calava sui tetti delle case inamidate. Faceva due semicerchi nell’aria e scompariva fino al giorno dopo. Scappando da una moltitudine sparsa di insetti voraci arrivo nel mondo delle geometrie solide e piatte, terre brulle, bruciate dal sole dove gelosamente si custodiva negli anfratti il lentischio. La terra dove le rive infrangono sassi neri, mostri immobili guardiani dell’orizzonte. Una Opel Cadet abbandonata e dei peperoni ripieni di formaggio di capra, mentre la bufera mi viene incontro.
Il silenzio non esiste.
Quando ascolto il mio silenzio trovo che sia fatto di tanti suoni in lontananza, per esempio una moto che accelera dopo uno stop e nonostante il trambusto che si porta dietro c’è un uccello che continua a cantare. Se potessi volare e andare in alto, ascolterei i rumori del mondo, un misero brusio nel silenzio dell’infinito. Anche se mi tappo le orecchie non sento il silenzio, percepisco un suono continuo, come quelli che facevano quei vecchi frigo sgangherati. Quante volte nella mia vita avrei voluto restare in silenzio e non l’ho fatto? Ci sono dei silenzi che riconosco: quello del bosco, quello di un funerale, quello del sonno e della notte. Stare in silenzio a vote vuol dire ascoltare, io ascolto un cigolio che assomiglia al ragliare di un asino sordo. Spesso qualcuno si è chiesto di quel rumore continuo e c’è chi dice che è la pompa dell’acqua calda ma io non ci credo. È un tipo di silenzio rumoroso che riconoscerei ovunque, è quello che precede qualcosa di molto importante che si ripete giorno dopo giorno. C’è quello del mare e quello della montagna e qualche volta rimane nel profumo di qualche spezia. Mi immagino la tristezza di quell’uomo che si è reso conto di ritrovarsi solo e di non sentire altro che il rumore dei suoi passi.
Einz Gudeuns si chiamava, ormai starà riposando in pace in qualche cimitero in Austria. Era il fratello della migliore amica di mia madre. Già allora aveva una certa età e io lo vedevo come un uomo di mondo con un certo fascino per l’aristocrazia. Portava con lui sempre bellissime donne che trattava con tutti i riguardi e ricordo che aveva un timbro di voce molto grave. Brusco e assorto nei suoi pensieri Einz non aveva mai lavorato in vita sua, la sua vita era il gioco, qualsiasi gioco d’azzardo andava bene, lui li conosceva tutti. Era molto alto e con dei candidi capelli lunghi, fumava Gitanes ma quando non aveva soldi non disdegnava delle esportazioni semplici e tossiva sempre rumorosamente. Aveva un naso importante e me lo ricordo vestito molto elegante ma un po’ liso. Sua sorella lo trattava sempre male e spesso litigavano per questioni di soldi. Io andavo a lezioni di chitarra classica proprio nella stessa via dove Cristina Gudeuns, aveva un negozietto di antichità e spesso mi trovavo li ad aspettare che mi venissero a prendere i miei genitori. Li trovai imbalsamati nelle loro poltrone in una nuvola perenne di fumo, tra il riflesso di uno specchio antico e il debole fascio di luce di una lampada da tavolo. Era quello che restava di una famiglia ebrea, gli altri erano probabilmente tutti morti nei campi di sterminio. Einz pur essendo ebreo si sentiva filo nazista, ed era orgoglioso di mostrare le foto dove marciava in una parata militare. I sui occhi di ghiaccio mi mettevano in soggezione e per molto tempo non ci parlammo mai. Ma venne il giorno che lo rincontrai nella nostra casa in campagna, era da solo, e un po’sotto tono. Fu ospite da noi un mese e per sdebitarsi dell’accoglienza diventò il mio maestro di scacchi. Era molto severo e quando sbagliavo mossa urlava un no secco in tedesco. Einz rappresentava per me il Don Chisciotte dei miei tempi, era colui che barava e si faceva scoprire perché non era abbastanza bravo a farlo, mangiava in lussuosi ristoranti e scappava prima del conto, pagava prostitute con moduli di vaglia postale. Il giorno che seppi della sua morte lo ricordai come un amico non troppo fortunato.
Difficile esprimere il proprio stato d’animo, forse perché è legato al tempo che a volte ti disorienta. Quante volte avrei voluto fermare quell’attimo o sperare nella sua fuga. E se vado a ritroso ci sono momenti in cui non mi riconosco, mi vedo dall’esterno. Tutti ci si sente un po’ tutti, è un magma agglomerato che ti influenza, ti trascina in un vortice, ogni tanto come se all’improvviso si accende una stella acclamiamo, ci sentiamo partecipi e condividiamo il senso di essere al mondo.

Proprio stamani ero sulla metropolitana, quando due signori ben vestiti entrano, aspettano che si chiudano le porte e dicono a voce alta: “ Scusate il disturbo signore e signori. Siamo una famiglia ricca con una bella casa e un lavoro redditizio, non abbiamo figli e vi chiediamo di voler cortesemente accettare la nostra offerta”. Poi passando da un viaggiatore all’altro distribuiscono monete da un euro a tutti.
Abbasso gli occhi, non sono mai stato uno da testa alta io, anche quando cammino sembra sempre sia alla ricerca di qualcosa che ho perso. Sono uno che se ha due non vede l’ora di arrivare a zero e stare in pace con niente, oppure entrare in paranoia perché si è arrivati in quelle condizioni, anche questo è uno dei tanti stati curiosi della mia vita. “Come tutti del resto”, si dice. Ma chi sono gli altri? Siamo esili fili di uno straccio sfilacciato, ogni filo tiene l’altro e ogni tanto qualcuno se ne va. Lo vedo in metropolitana, quando ti avvicini “all’umanità” ci comportiamo in quei casi come degli animali, l’olfatto si sveglia, ci si scambia un breve sguardo, catalogato nel cassetto del tempo dove è sempre tutto in disordine, molti sguardi svaniscono per essere rimpiazzati da a altri che a loro volta si assomigliano e creano una categoria a parte. Nei viaggi in treno si passa intere ore in silenzio a pochi centimetri da un qualunque numero del dado. Lo guardi e se è una donna te ne innamori, non di tutto! Solo delle piccole imperfezioni, macchie ereditarie. Ci si muove senza toccarci, ma capita immancabilmente di sbagliare, in quel momento si capisce di più ma un muro di preconcetti ci porta a dire una banalità. Alcuni dormono beati appoggiati quasi al vicino, la distanza al contatto è minima da lontano sembra che uno dorma nelle braccia dell’altro.
Questo girare a torno al non dire niente, quello di dare tutto per assoluto, indelebile splendente sensazione che al di là del tuo cielo ce né un altro uguale. Sono confezionato qui nella mia casa dove qualsiasi rumore è un sospetto, tutto a portata di mano ma non così semplice da raggiungere evidentemente. Circondato da tutto in un bicchier d’acqua annaspo nelle mie ricadute meschine, tra una vomitata e l’altra ci vuole un po’ di poesia come le parole di Omero tra degli enormi pesci morti che galleggiano nel sonno. C’è qualcuno che non dorme come me stanotte, un'altra mente che non si è ancora fermata tintilla tra la cucina e il bagno e sento trascinare i passi lenti, sono gli stessi lamenti della noia che ti portano ad automatizzare il tuo corpo, a muoverlo in ogni dettaglio dall’inizio alla fine ricominciando sempre da capo.
Le dita
Le dita incespicano, non ricordano le lettere per te. È passato il tempo e i movimenti cambiano come quando si cammina scalzi per tutta la vita e si pretende un bel giorno di mettersi le scarpe. Ma rimane sempre qualcosa di irrisolto da stanare nel buio, e nel profondo del buio nasce la voglia di esistere. Le dita tremano e sudano parole che non sono uscite dalla bocca, troppo impegnata ad autoalimentarsi. Si stringono con forza quando si implora, un segno di umile implosione sotto i tuoni minacciosi di chi abita al piano di sopra. Le dita si consumano lentamente, come lentamente ricrescono. Sono l’estremo punto dove posso arrivare, un capolinea frequentatissimo, che brulica di frettolosissimi passeggeri. Le dita di un acrobata che stringono la fune sono le stesse che sfiorano il seno di una donna. Leve, nodi, segni, hanno un loro linguaggio universale antichissimo e se un solo dito si alza tutti devono ascoltare.
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