Gonzaga

mercoledì, 30 aprile 2008

DSCF0074

Postato da: miskin a 16:08 | link | commenti (5) |

venerdì, 25 aprile 2008

Quanto si paga per il male che si è fatto? A volte giudicare è difficile, spesso si affida al caso il destino di un condannato.


Questa è la storia di un uomo che ha costruito un impero difendendo assassini e brava gente, naturalmente fortunato, era intelligente e bello ma si sa, quando la sorte ti gira le spalle ti si presenta il conto e tutte le doti, le capacità sembrano sparire magicamente lasciandoti nudo e indifeso. Chi ha molti soldi e potere si può permettere di aiutare la povera gente, è quasi un debito naturale che scaturisce dal profondo di colui che è stato più fortunato di altri. Ero rimasto molto colpito dalla notizia che una persona così affettuosa e pacata si fosse macchiato di collusione con l’ndrangheta, riciclaggio e chissà cos’altro. Così cercai di avvicinarmi a quel rovescio della medaglia, all’inizio di una nuova vita che andava in una direzione diversa. Si, dev’essere dura la vita per chi ha avuto veramente tutto ritrovarsi senza niente, questo mi sembrava particolarmente ingiusto forse ancora di più di chi veramente non ha mai avuto niente. Così lo cercai e non fu facile trovarlo, seppellito da mille moduli, richieste e autocertificazioni. Era diventato intoccabile perché la sua colpa era stata castigata con un ordine tassativo che non gli permetteva di vedere nessuno. Fu per magia che mi ritrovai seduto accanto a lui in ogni suo procedimento e lui voleva che io ci fossi quasi come se rappresentassi l’ultima speranza, quando mai si è visto un ragazzino difendere un avvocato affermato! Eppure sembrava proprio così, mi sentivo un po’ disorientato di fronte a colui che mi aveva protetto per tanti anni come un padrino mostrarsi vulnerabile come una pecora che ha perduto il gregge. Arrivò il giorno della prima udienza, mi ricordo che le foglie cadevano gialle sul selciato del cortile dove le macchine delle autorità sostavano con i loro autisti stanchi e annoiati. Fu con grande sorpresa che mi trovai in una grande stanza dai soffitti molto bassi e anneriti, le seggiole erano come quelle che si vedono a scuola: di legno chiaro e sfibrato, solo il giudice aveva una comoda poltrona scura dove la pelle era tirata da tanti chiodi dalla capocchia bombata in ottone. Dopo un interminabile attesa dove i brusii rimbalzavano da una parete all’altra entrò la corte e tutti ci alzammo in piedi. Il giudice era una donna bellissima dalla carnagione scura e dallo sguardo profondo e penetrante. Quando la vidi non staccai più lo sguardo da lei come rapito da un incantesimo. Mi pose delle domande sulla mia vita, sembrava interessata particolarmente come se fossi u ospite speciale e conscia del suo potere mi chiese subito il numero di telefono senza tante chiacchiere. Capii subito che si era istaurato un rapporto speciale tra di noi, un intesa profonda che sembrava andare al di là di tutto ciò che era racchiuso in quella stanza. All’improvviso sembrava che colui che era giudicato non avesse più importanza e si iniziò a far cadere pietre colorate in terra. Erano delle piccole lastre di pietra che con i loro colori formavano dei disegni bellissimi come mosaici antichi mai toccati dalla mano dell’uomo prima.

Postato da: miskin a 09:28 | link | commenti (9) |

lunedì, 14 aprile 2008

Cari amici
Il conto alla rovescia è già iniziato e mi sembra doveroso dare una spiegazione rispetto a questo lento camminare a ritroso per arrivare al silenzio. Mi è capitato recentemente di sentir leggere quello che ho scritto ad alta voce, la reazione è al quanto bizzarra, lo sguardo inizia a girare in cerca di qualcosa che non si vede e un leggero tremore affiora sulle labbra.
Non sono contento. Forse qualcosa nel ritmo, nel suono, i periodi lunghi e troppo articolati fanno inciampare nel senso di quello che si sta leggendo. Un lavoro fitto di tre anni mi sembra un peccato buttarlo via, ecco l’idea di incastrare e legare con un unico filo questi frammenti. Una lunga storia senza ne capo ne coda, un cerchio dove si aggiungono parole come in un vecchio schedario a ruota. Il tutto con interventi “diretti” come una voce che a sua volta legge quello che si sta leggendo, un terzo occhio che approfondisce la lettura, per ottenere un effetto tridimensionale. Per questo motivo ho smesso momentaneamente di scrivere con la ferma convinzione di riprendere in mano quello che ho. I testi inediti verranno pubblicati quando questo spazio sarà completamente svuotato.

Postato da: miskin a 08:44 | link | commenti (5) |

lunedì, 25 febbraio 2008

Ci salutammo senza nemmeno guardarci
sul confine della terra di nessuno
un cuscino morbido tra due macigni
una stanza con le luci al neon.

Anche lì come dappertutto
i segni si infittiscono scavalcano uno
per raggiungere l’altro.

Nomi e date, tutto lasciato in sospeso
tra quello che posso e non posso,
tra le vene del legno
di un vecchio tavolo esausto
tra le vie del pensiero
consumate dal continuo passaggio.

Assegnato in una casella prestabilita
sento il nodo stringersi
rinchiudersi in se nella sua oscurità,
finire nel fondo di un pozzo,
scendere le scale al buio,
per trovare una porta sempre aperta
una luce sempre accesa.


Miskin

Postato da: miskin a 10:09 | link | commenti (3) |

mercoledì, 20 febbraio 2008

La storia di un tatuaggio, Irezumi e Usiko

Un giorno un uomo di circa trent’anni stava parlando con la sua giovane moglie. Aveva un non sò che di autoritario nei suoi gesti, era una di quelle persone coscenti di esssere tutto d’un pezzo, inamovibile nelle sue decisioni e cosciente di prendersi molto sul serio. Il suo aspetto era piuttosto deludente, una persona come se ne vedono tante al contrario di sua moglie, una donna di rara bellezza, di una grazia delicata e dalla pelle lattea, morbida come un petalo di un fiore. Il suo sguardo perso nel vuoto davanti a un finestrino di un treno che correva veloce, faceva pensare a una donna delusa e rassegnata. L’uomo si accese in una discussione che lei forse aveva sentito sempre uguale per tante volte, ascoltava distrattamente e di malavoglia. Nella mente dell’uomo c’era una donna di cui era sempre stato innamorato, un amore passato mal corrisposto che tuttavia ostinatamente era rimasto insoddisfatto nel suo cuore. Questa donna che lo aveva abbandonato in malomodo aveva un tatuaggio sulla schiena, un bellissimo drago che si avvolgeva dal collo fino al fondo schiena in un letto di fiamme ardenti. La più grande aspirazione dell’uomo era di convincere la moglie, Irezumi, a farsi fare quel tatuaggio, proprio quell’identico tatuaggio che aveva la sua amante. Solo così l’avrebbe finalmente accettata. Di questa sua ossessione ne parlava con fervore come se fosse la sua unica ragione di vita. Irezumi dopo una lunga pausa voltò lo sguardo dal finestrino e guardò in faccia il marito tutto rosso, lui si contorceva le mani aspettando un solo cenno, un gesto qualsiasi. Lei sorrise ma senza malizia timidamente e lo guardò dritto negli occhi con un espressione neutra e insensibile. Quel sorriso placò l’uomo e lo interpretò come un si. Tutto contento si distese comodamente sul sedile appagato dal suo desiderio perverso e si addormentò.
A pochi chilometri dal centro di Kioto abitava il maestro tatuatore. La sua era una casa modesta in legno scuro con un giardino con un bell’albero di mandarini. Irezumi era davanti alla porta con il viso rivolto in basso, aveva un vestito intero a fiori chiari molto semplice. Era sul punto di girarsi e tornare indietro ma in quell’istante un vecchio uomo dalla barba candida aprì la porta. Una mano fitta di piccole rughe faceva cenno di entrare, il vecchio indossava un chimono nero ed era a piedi nudi. Irezumi si tolse le scarpe ed entrò in punta di piedi, un pò intimidita forse con un leggero senso di nausea passeggero. All’interno le pareti erano dei pannelli rivestiti di carta bianca. Si sedettero su una stuoia di foglie intrecciate a un tavolino basso laccato rosso, dove c’era del te già pronto. Irezumi avrebbe voluto spiegare ma non appena aprì la bocca il maestro gli disse con un soffio di voce di bere il te e rilassarsi. Il maestro era già stato informato dal marito di Irezumi su ogni minimo dettaglio da eseguire, e non aveva bisogno di spiegazioni, del resto era l’unico al mondo che poteva eseguire quel tatuaggio. Si alzò e disse che sarebbe andato a preparrare gli strumenti, aprì una parete scorrevole e scivolò via insieme alla sua ombra ferma sulla carta bianca. Irezumi pensò a un’immagine che sarebbe entrata nel suo corpo per sempre, indelebilmente, e un pò spaventata si guardò le mani e vide che tramavano, il palpito era sostenuto, era come se fosse invasa da un senso di calore avvolgente.
Dalla parete di carta si vedeva un altra sagoma nera, era il figlio del maestro, Usiko, un giovane di trentanni, con un fisico possente e i capelli a spazzola cortissimi. Entrò nella stanza e Irezumi lo guardò, lui si sedette vicino a lei e iniziarono a guardarsi intensamente, l’aria era umida e calda. Usiko si voltò alle sue spalle e con un gesto deciso ma delicato sbottonò l’abito a fiori, facendolo cadere a terra. Irezumi in ginocchio si coprì il seno con le mani, il suo volto sembrava voler implorare qualcuno. Allora il figlio del maestro si alzò e con la punta delle dita sfiorò il collo di Irezumi. Arrivò alla spalla, sembrava tornare indietro ma scese più in giù, un brivido lungo la schiena invase Irezumi che ora stava sopra di lui avvinghiata, allacciata in maniera indissolubile. Era un dolce incastro di due corpi diversi in un unico ardente desiderio. Mentre nella stanza due corpi congiunti sembravano immobili il maestro entrò nella stanza sfoderando dal suo astuccio dei tamponi ad aghi. Degli oggetti affascinanti costruiti e conservati con amore per chissà quanti anni. C’erano anche dei pennelli in bambu di varia grandezza e una pietra nera incavata con degli intarsi per sciogliere l’inchiostro. Con un pò d’acqua iniziò a compiere un movimento circolare sulla pietra con una bacchetta di inchiostro solido. Era l’unico suono che sentivano nella stanza, questo leggero sfregamento, con la stessa cadenza, con lo stesso ritmo. Sciogliere l’inchiostro è una pratica meditativa, come accendere un fuoco senza fuoco, un rito che si ripete ad ogni cerimonia.
Il maestro iniziò a tracciare col pennello i segni portanti del disegno, li segnò con un gesto deciso pieno di sapienza, è bello veder dipingere il corpo di una donna con naturalità che si muve si contorce, si tende.
Nel 1769 il Capitano inglese James Cook, approdando a Tahiti, osservando e annotando le usanze della popolazione locale trascrive per la prima volta la parola Tattow (poi Tattoo), derivata dal termine "tau-tau", onomatopea che ricordava il rumore prodotto dal picchiettare del legno sull'ago per bucare la pelle. Quel rumore insieme ai sospiri si fondeva quasi a sembrare una melodia. Irezumi avvolta dal piacere e dal dolore insieme era trascinata da un grande turbamento vivo, commovente. Dopo un giorno e una notte il maestro aveva concluso l’opera, un rituale magico aveva raggiunto il suo compimento. Irezumi allora chiese al maestro di fargli un piccolo tatuaggio di un cristallo di neve sotto l’ascella in segno di riconoscenza verso Usiko.

Postato da: miskin a 18:27 | link | commenti (2) |

lunedì, 18 febbraio 2008

Fu per un regalo che mi ritrovai in quel quadro, non era molto grande ma ero io che nel vederlo volevo sentirmi piccolo piccolo per entrarci dentro e esplorare ogni pennellata. E fu così che nell’osservare intensamente mi tornò in mente la nube purpurea, un racconto che mio padre mi raccontava sempre quando uscivamo a camminare la domenica mattina. La storia di una nuvola velenosa che al suo passaggio miete vittime lasciando uno strano odore di fiori di pesco. Nell’epoca delle grandi scoperte un uomo, unico superstite di una spedizione al polo Nord, si ritrova nell’angoscia infinita di un mondo perduto, abbandonato alla morte nella continua speranza di trovare un anima viva. Ma alla fine negli antri di Istambul incontra una donna, una donna bellissima, selvaggia e impaurita ma che rappresenta la speranza di una nuova vita. Ritrovai quella solitudine e quella disperazione di un uomo impazzito in quel quadro dai toni caldi.

Postato da: miskin a 19:22 | link | commenti (4) |

Con una biro nera
ho unito i nei
sulla tua schiena.
C'era la scritta:
Solo la mia bellezza
uguaglia la tua pena.

(Marco Rossari, da L'amore in bocca)

Postato da: miskin a 09:14 | link | commenti (3) |

venerdì, 15 febbraio 2008

Lucrin un uomo che segue il naturale svolgersi della vita

Per andare alle isole di Babayan ci voglio sei ore di barca. Mi sveglio presto nel caldo umido di un nuovo giorno, un pulman mi aspetta. È un vecchio Isuzu (qui i mezzi di trasporto sono come le strade sono giapponesi) con una passamaneria rossa gialla e azzurra il volante ricoperto di leopardo. È dipinto in toni sgargianti e il colore è dato a pennello per chissà quante mani. Mi siedo di fianco a una donna con un canestro di pesce il sedile è scomodo e le buche son tante. Parlo con Lucrin, che non ha un lavoro preciso, come quasi tutti qui ha più impieghi a seconda del periodo. Lui ha avuto la fortuna e la sfortuna di ereditare un piccolo lenzuolo di terra incolta in mezzo a una risaia: essere in un posto del genere è come stare su un materasso e sotto c’è acqua. Lucrin con fatica passa due settimane a scavare fango, mangiando riso e papaya, poi una volta create le vasche piene di acqua corrente, va alla foce del fiume e pesca dei piccolissimi pesci e li butta nelle sue vasche. Torna a casa e aspetta un mese, torna alla risaia e trova che i pesci sono cresciuti. Alcuni si sono cibati di alghe altri si sono mangiati tra di loro. Quello che resta è pronto per essere scambiato. La nostra logica del profitto starebbe nel dare da mangiare ai pesci ogni giorno, a Lucrin non interessava, seguiva il naturale svolgersi della vita.

Postato da: miskin a 19:15 | link | commenti (2) |

giovedì, 14 febbraio 2008

Dersù Uzala
Il piccolo uomo delle grandi pianure

Di Akira Kurosawa

Ricordo un cacciatore mongolo che mi fece da guida durante le mie esplorazioni nella tundra. Dersù l’uomo che mi salvò la vita più di una volta, ma che non lo raccontava a nessuno. L’uomo che riconosce da un orma se è passato un giovane o un vecchio, l’uomo che rispetta i grandi misteri. Infallibile tiratore viene coinvolto in una sfida: colpire la bottiglia in movimento, Dersù spara al filo e risparmia la bottiglia che lascerà piena in un angolo della foresta, per qualcuno che passerà. Ricordo le sere davanti al fuoco, Dersù voleva la sua parte di alcol e la versava con le mani sul fuoco, cantando sommessamente. Tutta la sua famiglia era morta di peste, piccolo e solo cacciatore della taiga in cerca di zibellini. Passarono gli anni, io ero ancora nell’esercito, e fui assegnato a perlustrare una zona vicino a un lago ghiacciato, fu li che lo rincontrai. Ricordo quando una tigre affamata ci seguiva. Dersù gli parlò a lungo, poi per paura gli sparò. Maledì quel giorno che lo aveva fatto, lo spirito della foresta l’avrebbe di sicuro cercato. Mi accorsi col tempo che Dersù stava diventando cieco, gli proposi di venire in città e di stare con noi. Lui accetto, ma la vita di città non faceva per lui. Così gli regalai un fucile nuovissimo di precisione. Mi chiamarono una mattina dei tali che avevano ritrovato il corpo di un uomo con il mio biglietto da visita in tasca. Dersù mi aveva lasciato.

Postato da: miskin a 11:20 | link | commenti (2) |

lunedì, 04 febbraio 2008

Si balla al ritmo della musica, si lanciano piatti che vanno in frantumi per terra. È un modo sinuoso e lento di muoversi, mentre i violini sembrano scivolare tra una nota e l’altra con estrema naturalezza, con entusiasmo, quella specie di atmosfera che si crea quando la festa è festa. Ci sono donne che arrotolano le mani e fanno oscillare i fianchi, hanno le gonne lunghe e ballano a piedi nudi. Un personaggio importante ammira lo spettacolo ha tanti anelli d’oro e tutti gli baciano le mani. È vestito bene, per le grandi occasioni, ha una cravatta che riporta i segni della bandiera americana e ha un’accetta in mano per difendere sua figlia , ma quando gli viene offerto da bere tutto sembra mutare con un grande abbraccio fraterno. Gli uomini hanno il cappello e le donne le trecce lunghe come le gonne. La musica è trascinante ma molto melanconica eppure c’è grande felicità nel ballare fino a sdraiarsi per terra e strisciare sinuosamente su tappeti colorati. La melodia sembra semplice ma trasmette grande emozione, musica, sempre musica per funerali o matrimoni, forse è sempre la stessa, ma non ha importanza la vita ha un ciclo dove nascita e morte non esistono. Entra nel cuore, nel corpo e sconvolge, è irrefrenabile e ti porta a trascendere a dimenticarti di tutto, a godere di un istante magico. Si beve, si beve tanto, e chi non beve non viene capito, sembra quasi una donnetta, l’uomo beve e si ubriaca per gioia o per dolore, sembra quasi una conseguenza della vita, ma la vita si accorcia e quando sei seppellito sei innaffiato di vodka.
Ma certe volte la vita coincide con la morte, siamo sempre presenti, partecipi di questo grande miracolo così forte e cosi labile.

Postato da: miskin a 08:23 | link | commenti (8) |

 

Eccomi

Blogger: miskin
Una creatura spiritualmente superiore la cui idiozia consiste in un assoluta mancanza di volontà e una fede assoluta negli altri

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

www.flickr.com
matteomartini's photos More of matteomartini's photos

Foto Recenti

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte